Ma la sera, a casa di Biagio…

 

 

È davvero stranoccio come ora possa passarmi per la testa quel videoclip in cui la Canalis interpretava la ciucciante di Biagio Antonacci.

Tema: Nell’universo lirico di Biagio Antonacci la relazione amorosa si riduce alla trin(it)aria e malinconica sintesi finale di Me/Io/Tu. Ovvero nessun rapporto con l’esterno. Popper o Russell direbbero che il discorso amoroso nell’universo erotico di Antonacci è una società chiusa che non ammette infiltrazioni dall’esterno. Le vene che pulsano in quel viso di quarantenne consumato da scopate sfiancanti e odorose e quei piedi (sempre nudi nei suoi videoclip) evocano l’immagine di un profumato appartamentino per due dove si monta il letto di sabato e si scopa alla grande la domenica mattina, proprio due minuti prima di bere il caffè e guardarsi negli occhi mentre si mangia il croissant appena preso dalla pasticceria sotto casa, in un Marzo generoso che accompagna per tutte le tre rampe di scale il riverbero delle infradito che sbattono sui gradini di marmo.

Ma voi ci mangereste a casa di Biagio Antonacci e della sua tipa? Dico, se mai un giorno per una concatenazione remota di coincidenze dovesse capitarvi?

Che vino bevono, secondo voi? Rosso, non c’è dubbio.

E per finire, la domenica non si risponde al telefono ma le sveglie dal lunedì al venerdì strillano eccome.

Teatro Satanico Charles Manson

Bene, benissimo, perfettissimo. Torno a parlare di cose e parto un po’ da lontano, da certe fascinazioni che da tempo si meritano una mia segnalazione di riguardo.

Ahò, sia chiaro, giusto per sottolineare quel senso di entusiasmetto frizzante che ti pizzica il culo tanta è la voglia di divulgare quello che trovi con la gente che calpesta il tuo stesso sentiero d’élite.

P.S. dell’incipit: cosa sia poi oggi questa élite, nessuno lo sa ancora, e se qualcuno volesse perseverare nel proprio mantenersi o starne-alla-larga per non contaminare il proprio succo con quello del plebuglio, dovrebbe ricordare che anche lui in un recente passato ha vissuto di suggerimenti dove l’antipastino non era certo veloce e generoso quanto oggi.

Sono passati tanti anni, e oggi i lontani ’90 hanno emozionalmente preso il posto dei vecchi ’70 che si rimpiangevano allora, quando la defunta Videomusic sparava vecchi videoclip dei Doors unitamente ai Cult e ai Black Crowes, che tanto ciucciavano linfa vitale da quell’accogliente passato tiepido e ambrato.

Non ci sono più le scimmiette di gommapiuma in gabbia sull’uscio dei Tropical Bar vuoti a cinquanta metri dalla spiaggia, non c’è più quella smania da pompino ricevuto (o dato) nelle pinete adiacenti, vedo sempre meno gente fumare Marlboro rosse con le dita tozze e zozze di grasso, l’eroina ha lasciato le strade per insinuarsi nei salottini in penombra e ora abita nei pomeriggi, quando le mogli escono con le amichelle e i figli fingono di studiare in biblioteca, caffè-sigaretta/sigarettina-caffè e poi sega segreta nei cessi dell’ateneo.

Poi, sarà stato pure un trend giornalistico, un po’ come è accaduto per il mega businness dei ciuccetti millecolori di plastica dura che i negroni vendevano come portachiavi, ma sempre meno gente crepa di ritorno dalla discoteca. E sempre meno sedicenni si venderebbero la mamma per andarci.

Accorgendomi di aver sforato un pochino, sono altresì cosciente di come certi incubi cambino col tempo. Con quel senso d’immunità dato dalla distanza temporale abbiamo quasi nostalgia delle nostre paure.

Viceversa, pure.

Penso ad Aldo Nove, alla sua Più Grande Balena Morta Della Lombardia, a quell’intenso e dolciastro odore di plastica fusa che era l’autentica aura dei giocattoli, e alle camerette dei bambini che fungevano da Camera Kirlian per rilevarla nella loro mente. Poi i segreti delle aule condominiali in Febbraio, le pareti che hanno occhi e labbra e quella persiana sempre socchiusa che proietta ombre deformi alla stessa ora del giorno.

Bambini di altri quartieri come spettri di viandanti, avvelenati da un presente sconosciuto e strozzato da un riso sardonico. O strane, o violente, innocenti abitudini. Poi ci sono le caramelle che se le trovi per terra sono drogate, le seghe eucaristiche, lo smegma, le brioches, l’Uomo Ragno, il carnevale, le siringhe che trovavi quando andavi a raccogliere pinoli, i fumetti porno-horror e quel trambusto che diveniva silenzio solo con l’odore del divano del salotto, quello su cui ci si sedevano gli ospiti.

In tutto questo, e nella violazione di tutto questo, nella bulimia di tutto questo c’è la condanna per il crimine. E la purezza di commetterlo per rivendicare un diritto di azione che non trova spazio nella didascalia delle parole. Nella loro prigione, proprio.

Forse erano quelle ombre dietro la persiana.

Forse ero io che mi drogavo.

Forse invece era mio padre.

Forse era mia sorella che ha succhiato il cazzo a Manuel.

Signora Assunta, la titolare del mini-market, ogni giorno alle 19, poco prima di chiudere, si rompe dentro la fica almeno tre uova. Io l’ho vista.

Barbara mi ha stretto il cazzo all’aperto mentre entravamo alla messa della novena di Natale e i catechisti non ci hanno visto.

E ora sto cominciando a sbattermene, a poco a poco. Perché non capisco cosa sia stato violato. Ma accetto sempre più la front cover di “Childhood’s End” degli Ulver, quella foto epocale che cambia nome grazie al titolo di quel disco, la corsa disperata di un’anima che non vuole scappare dalla propria infanzia ma che deve farlo per non soccombere.

Ad essere sinceri, tutti, maschietti o femminucce, lo abbiamo preso nel culo all’istante quando siamo usciti dall’infanzia. Tutti siamo stati stuprati.

Penso al film “Stand by me. Ricordo di un’estate”.

Il velo di Maya ci abbandona nel volo mentre le Tonnellate di Dio ci consegnano al Suo cospetto dove la Vera Sfida sarà conferire stile innovativo alla nostra Arte che poi è la Vita.

Ma continuo a fottermene, me ne sbatto sempre più. Mi drogo, chiamo la Morte, la Morte e il Giudice e poi mi masturbo davanti a loro con uno sguardo di ferro. Ci avevano già fottuto dalla nascita e adesso lo so e faccio quello che voglio e continuo a farlo uguale. Sevizio gli animali, le pizzerie esplodono e anche le sagrestie, ne ho i coglioni pieni.

Se è vero che le droghe sono falliche perché ti possiedono, allora come Miss Violetta Beauregarde in coppia con Noyz Narcos (“…/verrò al vostro funerale in MDMA/…”) tradisco l’Evento Supremo fottendomene altamente. MI DROGO IL GIORNO DI NATALE. Sì, con la stessa volontà di raccogliere da terra la caramellina o il pacchetto di cerini che Il Drogato ha sapientemente esposto come una figurina Panini che poi è la solita mina antiuomo che ti fa saltare in aria il culo, la Vita e il libro del catechismo con i suoi acquerelli sbiaditi, il prete con la chitarra e tutti a merendare attorno a lui. Un poco più distante, Il Reietto si buca nella caviglia, indossando una camicia rosa mentre vomita chiodi.

Incubi e volontà reali di un mondo che non esiste più ma che persevera nel suo moto rettilineo uniforme.

 

Songhost

Comincio a scrivere da oggi, un po’ in apnea prima di essere ‘busy’ sul serio.

Non sono mai stato nel resto dell’UK, ma mi basta sapere che a Londra quella parola è tristemente nota come la prima vera significativa coppia di sillabe che bisogna saper pronunciare.

Noia.

Non scrivo per parlare dei fatti miei, e non lo faccio nemmeno per narcisismo (ma sei un po’ narcisista anche tu, nelle tue cose, è il segreto di Pulcinella tra te, te stesso e il TE che riesce ad astrarsi guardandosi dall’alto).

Detto questo, basta.

Vorrei presentare questo lavoro che per ora è soltanto un teaser.

C’ho fretta di postare perché tra poco tornerò busy. E parecchio.

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:::SONGHOST:::

regia di Marco Boscani.

sogni di: Lidia Baduena, Cristina Benedetto,Yasmin Bradi, Nadia Scanu, Francesca Buffoni.

produzione: AION – 2014

– W O R K    I N    P R O G R E S S –

 

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Detto questo, a più tardi. Si avrà modo di proseguire oltre.

C’è parecchio arrafazzonamento e precarietà, sin’ora.

Cose, cosette, contenuti, sai com’è.

Ma se non mi muovo almeno un po’ zoppicando dubito di poter pervenire a qualcosa di significativo.

Ma sempre con il ‘memento mori’ per fratellino. Anzi, sorellina. La Morte è una fica enorme.